La cometa di Halley


 

All’età di diciassette anni il giovane inglese Edmond Halley, nato nel 1656, ricevette in regalo dal padre (un agiato fabbricante di sapone) un telescopio di sette metri di lunghezza. Nove anni più tardi, nel 1682, Edmond, che nel frattempo aveva brillantemente studiato alla prestigiosa Oxford University, osservò nei cieli il passaggio di una cometa particolarmente luminosa.

La cometa di Halley al suo passaggio nel 1986

Applicando un complesso procedimento matematico sullo studio dei parametri orbitali, stabilì un’analogia tra quella da lui esaminata e le comete viste da Appiano nel 1531 e Keplero nel 1607: a suo parere, si trattava proprio dello stesso corpo celeste. Predisse dunque che la cometa si sarebbe presentata nuovamente nel 1758, circa 76 anni dopo. Come sancì l’astrofilo tedesco Johann Palitzsch, ciò effettivamente avvenne e, da allora, quella fu per tutti la “cometa di Halley”.

Nella storia esistevano già tracce ben precedenti del suo passaggio fin dal III secolo a.C.: ad esempio, Cicerone, nell’87 a.C., le attribuì infausti presagi per la guerra di Ottavio, mentre Plinio racconta come l’imperatore Augusto fece erigere un tempio a Venere per il culto delle comete, intendendo celebrare in tal modo quella comparsa dopo la morte di Cesare, da lui interpretata come l’arrivo dell’anima del grande condottiero fra gli dei. Nell’837 d.C. la cometa di Halley fece quella che è ricordata come una delle sue apparizioni più lucenti e spettacolari; nel 1066 d.C. segnò la battaglia di Hastings fra gli invasori normanni del duca Guglielmo il Conquistatore ed i sassoni di re Aroldo e, interpretata da questi ultimi come segno di sventura, fu raffigurata in uno storico arazzo. Nel 1301 fu Giotto a restarne colpito e a dipingerla poi magistralmente nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

Tra la fine del 1985 e la primavera del 1986 la cometa di Halley, attesissima, si ripresenta nella sua orbita visibile alla Terra. Per l’occasione tecnici ed appassionati di tutto il mondo si mobilitano per riuscire a coglierne le immagini più nitide, pur sfavoriti da un perielio poco brillante. Ben cinque sonde vengono inviate nello spazio per raccogliere il maggior numero di informazioni: meglio delle due sovietiche e delle due giapponesi fa la sonda Giotto, dell’Agenzia Spaziale Europea, che si avvicina fino ad appena 600 chilometri ed arriva a fotografare il nucleo. Esso, che misura circa 16x8x8 km., si rivela essere a bassissima densità (0,1 g/cm3) e molto scuro: il suo albedo è pari a 0,03, dunque addirittura più nero del carbone. L’orbita della cometa (che è composta da roccia, composti del carbonio e ghiaccio) è eccentrica e retrograda, inclinata di 18 gradi sull’eclittica.

Edmond Halley (1656-1742)

Oltre alle immagini “ufficiali” colte dalle sonde, ne esistono tuttora moltissime realizzate da migliaia di appassionati intorno al globo: all’epoca il passaggio della cometa di Halley viene vissuto come un vero e proprio evento imperdibile. Telegiornali e programmi di approfondimento ne trattano diffusamente, e non sono pochi i raduni organizzati all'aperto nelle campagne, così come i ritrovi privati dietro ad un telescopio puntato verso l’ignoto.

Il prossimo passaggio dalle nostre parti è previsto per il 2061: come ogni sua “collega”, anche la cometa di Halley si consuma a causa dell’evaporazione provocata dai raggi solari e non sarà eterna. Oggi si può stimare la sua massa in circa 200 miliardi di tonnellate, ma, durante l’ultimo perielio, sono andate perse una ventina di tonnellate al secondo. A questo ritmo, si calcola che fra 170.000 anni della scoperta dell’astronomo inglese non resterà più traccia. Intanto, comunque, continuerà a solcare i nostri cieli a cadenze regolari, suscitando le più svariate credenze e superstizioni, ma, al contempo, donando sogni ed emozioni ai tanti romantici che si troveranno ad osservarla rapiti nelle notti stellate.

 


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