Seventh Son Of A Seventh Son


 

Uscito sul mercato discografico nell’aprile del 1988, “Seventh Son Of A Seventh Son” è un album maturo, potente e completo. Con quest’opera gli Iron Maiden (Bruce Dickinson alla voce, Dave Murray alle chitarre, Adrian Smith chitarra solista, Steve Harris al basso, Nico McBrain alla batteria) conquistano l’attenzione del grande pubblico, trasformandosi in un sol colpo da band di culto a gruppo di fama mondiale, senza rinnegare però l’appartenenza all’Heavy Metal, ed anzi, contribuendo in maniera decisiva all’espansione di tale genere presso i giovanissimi di tutto il mondo.

Il leader Bruce Dickinson

Registrato nei Musicland Studios di Monaco, in Germania, prodotto da Martin Birch, lanciato sul mercato dalla EMI, il disco contiene otto indimenticabili tracce. Preceduto dalla straordinaria “Can I Play With Madness”, uscita come singolo, “Seventh Son Of A Seventh Son“ raggiunge rapidamente il vertice delle classifiche di vendita di mezzo mondo.

L’intro è già di per sé memorabile: la voce di Bruce Dickinson pronuncia in maniera solenne poche parole  “Seven deadly sins, seven way to win... seven burning fires, seven your desires” su un accompagnamento di chitarra acustica, e subito dopo, ecco un crescendo di batteria e di chitarre elettriche che aggrediscono l’ascoltatore fino all’esplosione del primo pezzo in scaletta: “Moonchild”. Veloce, grintoso, dal ritmo vorticoso, tagliente come una lama di rasoio, il brano è una corsa senza freni che non manca, nel momento saliente, di lasciarsi andare a poderosi assolo: le dita corrono su e giù per il manico dell’elettrica, basso e batteria forniscono un solidissimo apporto alla struttura della canzone, mentre, sul finale, è in agguato un’inquietante e beffarda risata “satanica”.

“Infinite Dreams”, seconda traccia, è un pezzo in verità piuttosto complesso. Il suo biglietto da visita è quello di una ballata dolce e malinconica anche se non priva di ritmo, ma il brano, come un camaleonte, si trasforma in una cavalcata veloce e melodica dove la voce di Dickinson lancia in orbita le elettriche, per poi riportare chi ascolta su lidi più sereni frenando dolcemente (ma solo sul finale).

Ed ecco il gioiello: “Can I Play With Madness”, la traccia che ha spalancato più di ogni altra agli Iron Maiden le porte dell’immensa popolarità di cui godono nell’ immaginario collettivo. Dotata di uno splendido video in cui un attempato e bacchettone professore di liceo cade in fondo ad una catacomba per scoprire l’esistenza di una vita sotterranea, il brano è potente ed orecchiabile al tempo stesso. Il ritornello è molto azzeccato e chiunque può ricordarlo, anche se nulla concede all’easy listening: gli Iron Maiden non tradiscono il loro pubblico, non si vendono l’anima e non smarriscono l’identità lungo la strada.

Chiude la prima parte, se si possiede il disco in vinile o la cassetta, “The Evil That Men Do”: un pezzo veloce e robusto dove Bruce Dickinson mette in evidenza tutte le sue formidabili doti vocali.

La seconda facciata è aperta dalla title-track, “Seventh Son Of A Seventh Son”. Le prime note sono semplicemente epiche e si fanno largo in un fraseggio di chitarre elettriche dal suono incendiario, una robusta linea di basso, e la batteria che pesta per bene. Dopo le prime liriche la melodia cerca e trova spazio, mentre solo in seguito, sul ritornello, la voce di Dickinson si fa più dura quando ripete più volte, quasi in maniera ossessiva, “Seventh Son Of A Seventh Son”!

Il suono incendiario degli Iron Maiden

Segue quello che è forse il passaggio più suggestivo dell’intero lavoro: “The Prophecy”. Il dialogo tra le chitarre è quasi sussurrato, l’atmosfera si fa incredibilmente intima. Bruce Dickinson recita il testo con grande attenzione ed una buona dose di sacralità. Poi ecco improvvisa la sinfonia di suoni che invade repentinamente l’etere esplodendo dallo stereo come un fuoco d’artificio in un lunghissimo assolo di chitarra, dove le potenzialità della sei corde vengono sfruttate al massimo, mentre la batteria pesta senza sosta ed un coro dall’incedere incalzante fa la sua comparsa in sottofondo. L’assolo dell’elettrica, vera e propria spina dorsale della canzone, è vivace ma al tempo stesso melodico risultando accattivante anche per i profani del genere Metal.

Terzo pezzo del secondo lato, settimo in scaletta, è “The Clairvoyant”. Testo e voce all’inizio catturano il centro della scena per lasciare spazio solo successivamente alle elettriche che si rincorrono sin oltre la barriera del suono, per ridare poi di nuovo spazio alla voce di Dickinson. Sul finale uno splendido giro armonico di chitarra acustica va lentamente sfumando, chiudendo in maniera sorprendentemente romantica la traccia.

Chiude l’album “Only The Good Die Young”, veloce ed aggressiva. Ottima nella parte centrale, dove il ritmo cambia e Bruce Dickinson da il meglio di sé nell’interpretazione del testo prima di lanciare le chitarre a tutto vapore in puro stile Metal: ce n’è abbastanza da incendiare il vinile!

Suggestiva come sempre la copertina del disco: Eddie, la storica mascotte del gruppo, qui a forgia di mezzo busto scarnificato, ci guarda minaccioso sospeso a mezz’aria su una lunga distesa di acqua e ghiaccio.

La grande forza di “Seventh Son Of A Seventh Son” è senza dubbio la sua duttilità. Senza tradire lo spirito e la tradizione dell’Heavy Metal, il disco ne varca certamente i confini.

Gli Iron Maiden sono i principi ereditari dell’Hard Rock, unici in grado di raccogliere il patrimonio lasciato da  gruppi storici come Black Sabbath o Dream Theater, e di riproporlo  in versione riveduta ed aggiornata.

 


Home