Disintegration


 

Melodico e struggente, romantico e cupo, “Disintegration” è forse il miglior album dei Cure. Memorabile sin dalla copertina (il volto spettrale e bianchissimo di Robert Smith appare dal buio, contornato da fiori stilizzati), esce nel maggio del 1989 per la Fiction Records ed in pochi mesi regala al gruppo (Robert Smith voce e chitarra, Simon Gallup al basso, Boris Williams alla batteria, Porl Thompson alle chitarre elettriche, Roger O’Donnell alle tastiere) un’immensa e meritata popolarità.

I Cure al gran completo

Il suono di questo disco (l’ottavo della band) è ricercato in ogni passaggio e molto omogeneo: meno immediato rispetto ai precedenti lavori, ma, in un certo senso, più intenso ed interessante. Le tastiere di O’Donnell e la chitarra solista di Smith si amalgamano alla perfezione recitando la parte del leone quasi in ogni brano.

“Plain Song”, la prima traccia, lascia subito il segno, dotata com’è di un sound assolutamente epico, di una lungo “intro” strumentale e di un appassionante, commovente, lentissimo assolo di chitarra. Segue “Pictures Of You” (uscita anche come singolo e video), un autentico gioiello nella discografia del gruppo: rarefatta, sostenuta da una melodia indimenticabile e accompagnata da un testo molto poetico, un vero piccolo, immenso, capolavoro in senso assoluto.

“Closedown” è un passaggio discreto ed intrigante che mantiene il ritmo molto basso, mentre “Lovesong” (altro singolo) è un momento più grintoso, di grande personalità, dove, per una volta, basso e batteria (perfettamente assemblati nell’incastro ritmico) sembrano prendere il sopravvento sugli altri strumenti. Segue “Last Dance” che si apre con un azzeccato fraseggio fra tastiere e basso, fino all’avvento della chitarra che disegna una linea melodica cupa e piuttosto tagliente. È il momento di “Lullaby”, singolo scala classifiche, dotata di un mitico video di grande successo. Chiude la prima parte della musicassetta “Fascination Street”, uno dei tasselli migliori dell’intero disco. Robert Smith  interpreta il testo di questa perla musicale, veloce, disperata e cupa, con grande teatralità.

Robert Smith

Apre la seconda parte “Prayers For Rain”, in cui di nuovo la chitarra del tenebroso leader del gruppo prende per mano l’ascoltatore e lo conduce in un sogno struggente da cui non è semplice tornare indietro. Arriva quindi “The Same Deep Water As You”, forse il momento più intenso e splendidamente drammatico dell’album. Le tastiere imperversano come un mare in tempesta, lanciando nell’etere un susseguirsi di note oscure e cariche di fascino, mentre pochi tocchi di chitarra disegnano i contorni all’intera melodia.

“Disintegration”, la title-track, è decisamente più veloce, sostenuta da una coerente linea di basso e dalla batteria per la prima volta molto vivace, e conduce verso il finale dove troviamo “Homesick”, una ballata suggestiva e relativamente lenta, e “Untitled”, un brano di grande spessore posto, giustamente, a conclusione dell’intero lavoro.

I puristi dei Cure non apprezzarono molto questo album (che arrivò in vetta alle classifiche di mezzo mondo), argomentando che il suono non era più dark (e new wave) come quello dei loro lavori più riusciti (per altro un cambiamento in questo senso si era già notato nel precedente “Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me”, del 1987), ma c’è da dire che “Disintegration” è certamente un capolavoro. È l’album più completo dei Cure, il più maturo nel suono ma anche nella complessità dei testi, e merita in pieno l’enorme successo che ha ottenuto in tutto il mondo.

 


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