Autoamerican


 

Deliziosamente sexy, principessa della scena Glamour prima, rappresentante del Vamp Look in seguito, immortalata dall’artista Andy Warhol in uno dei suoi famosi “multipli”, Deborah “Debbie” Harry, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, è stata l’icona della seduzione e del fascino a livello mondiale.

Debbie Harry vista da Andy Warhol

La splendida Deborah muove i primi passi nel mondo dello spettacolo alla fine degli anni Sessanta, quando interpreta, senza però riscuotere il minimo successo, delle canzoni folk e country della tradizione americana. Non sono anni molto fortunati e la giovane cantante sbarca il lunario con dei lavoretti saltuari, la maggior parte delle volte arrangiandosi come commessa o cameriera.

Il primo successo per “Debbie” arriva all’inizio degli anni Settanta, quando viene scoperta dalla rivista Playboy che la trasforma in una splendida pin-up. L’esperienza si rivela positiva soprattutto perché permette alla biondissima pop-singer di entrare in un giro di conoscenze di alto livello, in campo musicale.

Nel 1975 arriva la svolta: su di lei, infatti, viene costruito un gruppo chiamato Blondie, che, come vuole la moda del momento, si indirizza subito sul genere punk, ma con una peculiarità: i testi ed il suono delle canzoni sono più semplici e meno ruvidi rispetto a quelli di band più “arrabbiate”, e convergono, in verità, nella maggioranza dei passaggi, verso il genere pop. La miscela punk-pop dei Blondie ( Deborah Harry alla voce, Paul Carbonara alle chitarre, Chris Stein chitarre e arrangiamenti, Clem Burke batteria, Jimmy Destri sintetizzatori, Leigh Foxx al basso, tutti rappresentanti della scena musicale newyorkese) sembra funzionare a dovere; inoltre, “Debbie” Harry, dal vivo, è semplicemente straordinaria. Il suo look, che qualcuno definirà da “Marilyn Monroe del rock”, fa subito colpo. Il pubblico rimane estasiato dalla bellezza e dal fascino magnetico sprigionato dalla sublime biondina.

Tuttavia l’album del 1977, “Plastic Letters”, non va benissimo. Questo spinge i Blondie a correggere un po’ il tiro, fino a trovare quell’alchimia tra pop, elettronica e punk che li porterà al successo in tutto il pianeta. Sul finire degli anni Settanta escono “Parallel Lines” e “Eat To The Beat”, due album ricchi di singoli scala classifiche come “Heart Of Glass” (forse il loro più grande successo), “Sunday Girl” e “Atomic”, che vengono molto apprezzati tra i teenagers di tutte le latitudini.

“Autoamerican”, pubblicato nel 1980 (quinta fatica della band che nello stesso anno incide anche la famosissima “Call Me”, inserita nella colonna sonora del film “American Gigolò”), è forse l’album più ambizioso del gruppo guidato dalla seducente Deborah.

La sexy Debbie al microfono

Il suono del disco è decisamente elettronico e gli strumenti (chitarra, basso, batteria e tastiera) emergono dalla trama musicale in maniera molto nitida. In particolare Jimmy Destri riesce a far risaltare i sintetizzatori quasi in ogni passaggio.

L’album si apre con “Europa”, un brano praticamente strumentale, ed è seguito dall’interessantissima e potente “Live It Up”. La terza traccia, “Here’s Looking At You”, rallenta molto il ritmo, è quasi una ballata dal tempo medio, mentre la successiva “The Tide Is High” (sorprendentemente suonata su un tempo reggae) è il classico singolo che si arrampica in vetta alle classifiche e che trascina l’intero lavoro verso il successo di pubblico e vendite. In “Angel On The Balcony”, Debbie ci regala una grande interpretazione vocale. Altra canzone davvero notevole è “Rapture” ( molto apprezzata nei passaggi radiofonici), in cui rivivono le sonorità punk degli inizi. Anche gli altri pezzi: “Do The Dark”, “T-Bird”, “Go Through It”, “Walk Like Me” e “Faces” non deludono l’ascoltatore. Eccellente la chiusura con l’intensa “Follow me”.

“Autoamerican” è un disco molto ben costruito e riscosse giustamente un ottimo successo di vendite (specialmente tra i giovanissimi) indicando una strada musicale (a livello di arrangiamenti e suoni) che molti artisti seguirono e svilupparono negli anni successivi. È, insomma, un ottimo album sotto ogni punto di vista: forse il migliore della band capitanata dalla dolcissima “Debbie” Harry.

 


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