For Those About To Rock You We Salute You
A metà degli anni Settanta gli australiani AC/DC irruppero sulla scena musicale con uno stile originale e molto innovativo. Il suono proposto dalla band, una miscela esplosiva tra chitarra elettrica, basso e batteria, nella migliore tradizione dell’Hard Rock, era rozzo, scarno, e se vogliamo abbastanza primitivo, ma certamente coinvolgente.
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Gli Ac/Dc all'epoca di Bon Scott |
Gli AC/DC divennero subito un punto fermo nel panorama del Rock riuscendo in un sol colpo a reagire al dominio della musica Progressive, molto in voga in quel momento, e da molti ritenuta troppo colta, e allo strapotere del Glam Rock, fatto invece di luci sfavillanti, frivolezze ed eccentricità.
Al tempo stesso questi grintosi ragazzi australiani spostarono più in là il confine del Rock più “duro”, segnato anni prima dai Deep Purple, innovandone la trama musicale e riportandolo in qualche modo alle radici, verso cioè un suono più grezzo e meno tecnico ma più spontaneo e viscerale, fino a toccare le corde più profonde del Rhythm and Blue’s.
Furono i fratelli Angus e Malcom Young (entrambi nati in Scozia, ma emigrati da bambini al seguito dei loro genitori in Australia) a fondare il gruppo nell’ormai lontano 1973.
Angus - che ancora oggi sulla scena si presenta vestito da scolaretto con tanto di uniforme, giacca, cravatta e pantaloncini corti e ama suonare il “Diavoletto” della Gibson come chitarra - si distinse ben presto (intorno ai quattordici anni) come chitarrista solista, mentre suo fratello Malcom scelse di esprimersi attraverso la chitarra ritmica.
I due fratelli erano piuttosto scarsi tecnicamente ma avevano voglia di fare e grinta da vendere e, dopo varie vicissitudini e cambi di formazione, riuscirono a dare alla loro creatura musicale un assetto finalmente stabile: arrivarono infatti nella band, Cliff Williams al basso, Phill Rudd alla batteria, e Bon Scott alla voce. Quest’ultimo sarà sostituito, dopo la sua tragica morte - avvenuta per abuso di alcol in una notte del 1980 - da Brian Johnson, facilmente riconoscibile dai fan più giovani poiché caratterizzato dal suo look un po’ rude: jeans, canottiera e scoppola di stoffa ben calzata sulla testa, e dalla sua inconfondibile voce: roca e potente.
La storia degli AC/DC, il nome del gruppo è già provocatorio, deriva infatti da un’espressione del linguaggio giovanile che serve ad indicare un individuo di ambigue tendenze sessuali (anche se qualcuno insinuò addirittura che si trattasse dell’acronimo di Anti Chrtist/Death to Christ), è quella tipica di una band “on the road”, è fatta, cioè, di eccessi, alcol, droghe, e di esibizioni in luoghi pittoreschi, di sudore, di polvere, di liti furibonde e di provocazioni, come quella di una presunta devozione della band a Satana: a tal proposito ricordiamo tra i loro pezzi più riusciti “Hell’s Bells” e “Highway To Hell”.
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La formazione con Brian Johnson |
Ma se all’inizio della loro carriera si dimostrarono grezzi tecnicamente, e musicalmente davvero poco competenti, e “selvaggi”, eccessivi nei loro atteggiamenti ribelli, è vero anche che i cinque ragazzi australiani riuscirono a convertire questi loro difetti in veri e propri pregi, trasformando le energie negative in carburante da bruciare sul palco: i loro concerti divennero così veri e propri avvenimenti dove dal microfono e dagli amplificatori si sprigionava a tutto volume un’onda di musica potente e sincera in grado di scuotere il pubblico e di mandarlo in delirio.
Dal 1975 al 1980, gli AC/DC si lanciarono in una lotta senza quartiere per ottenere la giusta popolarità ed il rispetto della critica che invece li snobbava pesantemente. Furono anni anfetaminici, fatti di esibizioni in piccole e grandi realtà, di molti dischi prodotti, di alti e bassi, di liti, di problemi personali (dell’incontro con la morte del loro vocalist) e anche di pesanti stroncature, queste ultime riguardavano più che altro il modo (un po’ troppo diretto e ruvido) con cui il gruppo si presentava al cospetto dell’allora lezioso mondo del Rock, (qualcuno li definì dei “contadini”).
Fu però proprio alla fine del quinquennio ’75-’80, che questi grintosi ragazzi australiani ottennero finalmente il grande riconoscimento piazzando uno dopo l’altro, “Highway To Hell” (1979) e “Back In Black” (1980), - quest’ultimo vide il cambio del vocalist della band, Brian Johnson infatti prese il posto dello sfortunato Bon Scott - due album bellissimi, al vertice delle classifiche internazionali. Si trattò di un trionfo senza riserve e davvero meritato perché fatto di ottima musica, coltivato con dedizione negli anni, anche se arrivato purtroppo in concomitanza con la tragica scomparsa di Scott.
“Back in Black” fu anche il modo in cui gli AC/DC, colpiti dalla grande tragedia della perdita del loro leader, dimostrarono di avere una grande forza di volontà e di saper lottare contro le avversità del destino.
Nel 1981 la band produsse un altro grande album, che li spedì direttamente al primo posto nelle classifiche di mezzo mondo: “For Those About To Rock We Salute You”, tutt’oggi un vero e proprio classico nell’ambito dell’ Hard Rock.
Il disco è magnificamente aperto dalla title-track, introdotta dal ruvido suono dell’elettrica e successivamente dall’esplodere della batteria. La voce possente e dirompente di Brian aggredisce il testo con grande temperamento e non c’è scampo per chi ascolta! Sono gli AC/DC che conducono il gioco.
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Brian in un'immagine più recente |
Nella successiva “I Put A Finger”, la batteria pesta per bene, mentre la melodia si fa più orecchiabile ma senza perdere nemmeno per un istante tutta la grinta e l’incisività necessarie per tenere alta la bandiera dell’ Hard Rock. Terzo brano in scaletta è “Let’ Get It Up”, in cui il ritmo scende appena, anche se non si tratta assolutamente di una ballata. La successiva “Inject The Venom” ricorda nella costruzione alcuni pezzi rock anni ’70, mentre il testo parla del disagio giovanile nelle periferie degradate delle grandi metropoli.
“Snowballed” riprende decisamente quota, scatenata e dura, costruita su una solidissima linea di basso e batteria ed è un passaggio perfetto per la bellissima “Evil Walks”: in definitiva due pezzi classici del “rock duro” dell’epoca.
“C.O.D.” oltremodo provocatoria ed irriverente, “Care of the devil In me... Down to the devil in me” recitano tra l’altro, le liriche, pesca a piene mani nella produzione più classica della band.
La successiva “Breaking The Rules” è solenne e potente, e fa riferimento all’atmosfera di contestazione che si respirava negli anni ’70. A chiusura dell’intero lavoro troviamo “Night Of The Long Knifes”, ben costruita dal punto di vista ritmico e supportata da un potente coro, e “Spellbound”, invece più lenta e melodica posta giustamente alla fine della scaletta.
“For Those About To Rock We Salute You” è, insomma, un album assolutamente riuscito: potente come la dinamite e inarrestabile come un martello pneumatico. Rappresenta sicuramente una pietra miliare nella vasta produzione musicale degli AC/DC ma è anche un punto di riferimento per tutti gli appassionati del genere Hard Rock.