Street Fighting Years


Out there in the darkness, out there in the night, out there in the starlight, one soul burns brighter than thousands suns


 

Nel 1989 i Simple Minds pubblicano in tutto il mondo "Street fighting years". Ed è subito magia: le sonorità dell'album, prodotto da Trevor Horn e registrato in Scozia fra il marzo dell'88 ed il marzo seguente, evocano uno spirito romantico e impegnato, discostandosi dai precedenti lavori. Forse per la prima volta nella loro brillante carriera Jim Kerr & Co. decidono che è arrivato il momento di esprimere le loro inquietudini sul mondo che li circonda e andare oltre l'universo personale. La voce di Jim si fonde meravigliosamente con la chitarra di Charles disegnando melodie destinate a rimanere scolpite nella memoria degli ascoltatori.

La cover della cassetta dello storico album del 1989

L'album si apre con la title-track, una canzone indefinibile nella sua bellezza e complessità: se nella prima parte l'incedere è lento e pensieroso, il finale sinfonico ci conduce su territori epici e non facilmente assimilabili. Insomma, non è il tipico brano da canticchiare sotto la doccia, ma sicuramente una canzone di spessore, da ascoltare da soli in silenzio, magari con una candela accesa che brilla nel buio.

Segue "Soul crying out", and the people crying out, dice un verso significativo del testo. L'apertura è solo voce e chitarra, da brividi. È una canzone romantica che parla di disperazione e speranza, amore e dolore. Pare scritta per gli amanti, per le storie d'amore clandestine, che si consumano sotto la luce della luna, nelle notti d'autunno, sulle rive dell'oceano in tempesta.

"Wall of love", l'amore trionfa. Il ritmo si alza, le percussioni di Mel fraseggiano con le tastiere di Michael, mentre Jim, parlando in prima persona, grida al mondo il desiderio d'amore, che avvolge l'umanità come un manto. "Fly away", grida Jim prima del finale, "people making love tonight".

"This is your land", uscita anche come singolo, è una dichiarazione d'amore per la propria terra, intesa come un richiamo alle radici. Da sottolineare la partecipazione di Lou Reed, che interpreta magistralmente due versi del testo. Un ottimo pezzo, solido, di sostanza, altra pietra miliare della produzione degli Scottish Men, dalla straordinaria forza comunicativa.

"Take a step back" ha un avvio folgorante, forse è la canzone più rock dell'intero album. Anche il finale, con in primo piano le tastiere, non è da meno. Si balla, si salta al ritmo scandito da Mel, ci si scatena in un incedere vorticoso e incalzante.

"Kick it in" apre il lato B della cassetta. Anch'essa è uscita come singolo, accompagnata da un videoclip che vedeva la band impegnata in un emozionante live act. È un brano non immediatamente assimilabile, necessita di un ascolto approfondito, ma, una volta entrati nello spirito giusto, regala grandi sensazioni. È bello immaginarsi saltare nella folla assiepata sotto al palco, mentre Jim guida il nostro canto.

Un'espressione intensa di Jim Kerr, il leader dei Simple Minds

"Let it all come down", scritta con John Giblin, dona molto di sé. Straziante, intensa, commovente. La chitarra di Charles descrive melodie tenui e riflessive. Da ascoltare magari sulla riva di un fiume, mentre si osserva il lento rifluire delle acque al tramonto.

"Mandela Day" è dedicata a Nelson Mandela. L'impegno politico è evidente, i Simple Minds hanno deciso di dire davvero la loro. Una canzone da stadio, un inno vero sui diritti civili, che rappresenta il riscatto e la redenzione di un intero popolo.

Le liriche di "Belfast child", il cui videoclip ha preceduto l'uscita dell'album, sono state scritte sulle note di una canzone tradizionale irlandese. Si tratta di uno dei capolavori assoluti nella produzione artistica della band di Glasgow. La guerra civile, il dolore, la sofferenza di un popolo, la violenza, il sangue che scorre nelle strade e, fra tutto questo, la speranza di un futuro migliore, quando il bambino di Belfast canterà ancora. "One day will return here when the Belfast child sings again". Un brano significativo, importante, che da solo varrebbe una carriera: Jim è ispiratissimo, prima quasi sussurra il suo lamento, poi, in crescendo, lo urla al mondo intero. "The streets are empty, life goes on".

"Biko" è la cover di un brano dell'ex Genesis Peter Gabriel, dedicato all'attivista anti-apartheid Stephen Biko. In un album di livello eccelso, rappresenta forse l'anello debole: l'arrangiamento, basato sul suono delle cornamuse, non pare adattarsi al meglio al testo ed alle intenzioni della canzone.

"When the spirits rise" chiude l'album in bellezza. È un pezzo strumentale, di atmosfera, perfetto per fare da finale ad un'opera così intensa. Non è, questo, il disco più venduto o più conosciuto della band, ma certamente quello più significativo, quello della raggiunta maturità. Si percepisce distintamente la ferma volontà dei musicisti di realizzare un progetto personale, ma da condividere. Un decennio va in archivio ed i Simple Minds, perfettamente a loro agio e consapevoli dei grandi mutamenti della storia, ne hanno descritto le inquietudini, i sogni, le contraddizioni e le speranze.

 


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