Kitchen
Mahoko Yoshimoto (meglio conosciuta in tutto il mondo come Banana Yoshimoto) nasce a Tokyo nel luglio del 1964. Figlia del famoso filosofo e poeta contemporaneo Takaaki Yoshimoto, conosciuto anche con il nome di Ryumei Yoshimoto, si scopre appassionata di romanzi, racconti e film, specialmente del filone noir (i suoi autori preferiti sono Stephen King, Truman Capote ed Isaac Singer, ma anche il regista italiano Dario Argento) già durante l’adolescenza (a differenza della sorella Haruko Yoko amante dei fumetti e oggi apprezzata disegnatrice di storie Manga), e, dopo il liceo, si iscrive all’università (alla Nihon Daigaku University di Tokyo), dove consegue facilmente la laurea nella facoltà di Studi Umanistici.
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Banana Yoshimoto |
Mahoko sceglie l’appellativo Banana durante gli anni degli studi accademici perché innamorata del fiore rosso dell’albero del banano, il bijinsho, ma anche perché trova la parola Banana semplicemente molto “cool”, poiché si pronuncia quasi allo stesso modo in tutto il mondo. Ma non si tratta di un’eccentricità, quanto, al contrario, di un richiamo alla tradizione: ricordiamo infatti il grande poeta giapponese Bansho, vissuto nel diciassettesimo secolo, che prese il suo nome proprio dall’albero di banano.
Nella seconda metà degli anni ‘80, mentre si mantiene con dei lavoretti saltuari (spesso come cameriera in un golf club), la Yoshimoto comincia a scrivere in grande libertà e subito, al primo tentativo, partorisce quello che si rivelerà uno dei più riusciti ed apprezzati romanzi degli ultimi vent’anni: “Kitchen”.
Questo originale e poetico manoscritto (diviso in due parti, “Kitchen” e “Plenilunio”, e forse ispirato in parte ad una storia manga scritta da Yumoko Oshima nel 1976, “Shighigatsu nanoka ni”, “Accadde il 7 luglio”) venne inizialmente pubblicato a brani su varie riviste letterarie e, solo successivamente, “ristrutturato” ed impaginato (nel 1988) sotto forma di romanzo.
Lo stile è molto “semplice”. Le descrizioni tra un dialogo e l’altro sono davvero brevi, anche se molto incisive, e mai monotone o ripetitive “…il prato scuro e in fondo il cancello bianco. Oltre quello c’era la spiaggia fredda...”. I dialoghi attingono direttamente dalla cultura popolare e dallo “slang” giovanile nipponico e non, permettendo così a chiunque una facilissima immedesimazione con i personaggi. La vicenda è semplice, ma molto originale: la giovane protagonista Mikage Sakurai rimane sola al mondo dopo la morte della nonna, unica parente che ancora aveva in vita, dopo la tragica scomparsa dei suoi genitori avvenuta anni prima, e comincia una bizzarra convivenza a casa di un suo amico: Yuiky Tanabe. La storia pesca a piene mani dal retroterra culturale di Banana (come detto appassionata di storie di fantasmi ed orrore e gialli), ma anche dalla tradizione letteraria giapponese, che spesso mescola, nell’arte, sogno e realtà, fantasia e verismo, con forza espressiva e grande disinvoltura e, non da ultimo, dai Manga, specie dallo shojo Manga (caposaldo del genere shojo fu “Berusayu no Bara” ovvero “La Rosa di Versailles”, scritto da Riyoko Ikeda nel lontano 1974 e da cui fu tratto il famosissimo cartone animato “Lady Oscar”), un particolare filone dei fumetti giapponesi, più attento alle tematiche femminili.
Il tema portante del romanzo è certamente la solitudine. Più specificatamente la solitudine giovanile: la disperata ricerca di un’identità da parte delle nuove generazioni di giapponesi molto inclini a rifiutare (per la prima volta nella storia del Paese del sol levante) la tradizione, vista come un qualcosa di molto “pesante” o comunque imposto dall’alto, a favore di modelli occidentali, sentiti come più vicini, più attraenti e facilmente abbordabili.
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La tradizione giapponese |
Altro tema portante è quello della morte. Mikage e Yuiky dovranno confrontarsi con i rispettivi dolori, imparando a sopravvivere, o meglio, a trovare una ragione di vita, dopo essersi raffrontati con gli avvenimenti delittuosi da cui sembrano essere circondati. Amore, morte, sogni e realtà, ambiguità sessuale: tutti questi elementi si fondono nelle circa cento pagine di “Kitchen”, facendone un piccolo grande capolavoro. Unico elemento certo nella sceneggiatura sembra proprio essere la cucina. Luogo stabile e concreto, realmente esistente, fatto di oggetti e rumori. Ancora di salvataggio, punto di riferimento, rampino inossidabile cui i personaggi, soprattutto la giovane Mikage (“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina… Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola”), sembrano aggrapparsi, per non naufragare in un mondo irreale, fatto di sentimenti violenti, e sogni ad occhi aperti.
Ci si accorge solo dopo una lettura più approfondita di quanto “Kitchen” scavi in profondità nell’animo umano, nei vizi e nelle contraddizioni della società contemporanea e nelle complesse relazioni che, soprattutto in situazioni estreme, si costruiscono tra gli esseri umani.
A poca distanza dalla sua uscita “Kitchen” ottenne un enorme successo di pubblico, tanto da ottenere ben due trasposizioni cinematografiche (la prima per la tv giapponese, la seconda prodotta a Hong Kong e distribuita in tutto il mondo nel 1997) e moltissimi premi tra cui il Best Newcomer Artist e l’Izumi Kyoka Literary Prize.
Da segnalare, infine, la presenza in molte edizioni, in coda al romanzo, di un racconto intitolato “Moonlight Shadow” (un tributo dichiarato all’omonima canzone di Mike Oldfield, molto apprezzata dall’autrice) che la scrittrice presentò alla Nihon Daikagu, come tesi di laurea. Uno scritto interessante e tagliente in cui sono presenti già tutti gli elementi (romanzo rosa, fantascienza, noir) cari alla Yoshimoto.
Banana Yoshimoto (al pari del suo “collega” Haruki Murukami autore del best-seller “Noruwei no mori”, il riferimento nel titolo è alla canzone dei Beatles, “Norvegian Wood”) col suo stile poetico e diretto ha saputo rinnovare la tradizione letteraria giapponese, inserendosi sulla scia della generazione “problematica” dei Kenzaburo Oe (molto critico verso il Giappone moderno e autore del capolavoro “Memushiri Couchi”, “Strappa il Germoglio Spara al Bambino”) e Kobo Abe (nei suoi romanzi, tra cui ricordiamo “Suan non onna”, “La donna di Sabbia”, descrive un’umanità alienata e senza scampo), e innovando la strada tracciata dai vari Tanizaki (molto attratto dall’occidente e autore de “La Chiave”, “Kagi”), Kawabata (primo scrittore giapponese ad aver vinto il premio Nobel) e Yukio Mishima pseudonimo di Hiraoka Kimitake (amante della tradizione e autore di molti successi tra cui “Il Padiglione D’Oro”, “Kinkakuji”).
Banana Yoshimoto è oggi considerata una delle scrittrici contemporanee più interessanti ed importanti: oltre a “Kitchen” è autrice di molti romanzi di successo, tra cui “Tsugumi”, “Lucertola” e “Amrita”.